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Vercelli

29-12-2016 14:48

Un vercellese in Giappone: Alberto Bocchio
Quinta puntata della rubrica dei nostri concittadini che vivono all'estero
 
'La vita è ciò che ti succede mentre fai altri progetti'.

Sì, John Lennon aveva proprio ragione. Basta semplicemente conoscere la storia di Alberto Bocchio per capire come l’aforisma di uno dei Beatles sia tranquillamente applicabile a molti di noi e soprattutto dimostrabile. Perché Alberto, nato e cresciuto a Vercelli, fin da piccolo ha avuto un’attrazione per il Giappone: merito della sua nonna paterna e di alcuni autori che piacevano a sua mamma. Poi, con il passare degli anni, mentre lui lavorava in banca, quel richiamo per il paese del Sol Levante è diventato sempre più forte. E, sempre perché la vita ti succede mentre fai altri progetti, una sera, mentre era a cena, ha notato un cartello dove si offriva un posto da cuoco. Non ci ha pensato due volte. E adesso fa il cuoco, l’altra grande passione della sua vita. Fa il cuoco in Giappone, dove si è trasferito quasi sette anni fa.

Che cosa ci fa un vercellese in Giappone?
La mia è stata una sorta di attrazione, fin dalla tenera età: una specie di richiamo che si è fatto sempre più forte nel tempo. Sopito per un po’, è tornato con forza una decina di anni fa, fino al punto di una decisione radicale sei anni or sono. Lasciare il mio impiego in banca che per dedicarmi alla professione di cuoco in Giappone.

Come mai, fin da piccolo, c’era quest’attrazione per il paese del Sol Levante?
Mia nonna paterna fu una causa indiretta: ricordo alcune statuine in avorio raffiguranti personaggi del Noh giapponese: ne ero affascinato e attratto. Poi i racconti di alcuni autori di cui mia madre aveva una piccola raccolta, storie di divinità e di Giappone antico che mi facevano volare con l’immaginazione e che alimentavano questa attrazione e curiosità.
Com’è nata l’occasione di fare il cuoco dall’altra parte del mondo?
Si è presentata quasi per caso. Poco distante da dove abitavo con mia moglie in Giappone, c’era un ristorante dove andavamo ogni tanto. Un giorno notai un avviso. Cercavano un cuoco. Mi proposi. Il proprietario fu coraggioso e decise di darmi una chance visto che all’epoca la lingua per me era un problema e non avevo esperienza di ristoranti. Pare che la fortuna aiuti gli audaci. E’ stata dura, ma ce l’ho fatta. Vedere i miei piatti in menù e vedere che venivano apprezzati è stata ed è una sensazione bellissima.

L’interesse per la cucina nasce da studi o per una passione vera e propria?
Da una passione che definirei innata. La mia è una cucina tradizionale con un’occhio di riguardo alla leggerezza e, di tanto in tanto, un pò di novità frutto di passione e approfondimenti. Sono principalmente un autodidatta ma ho avuto anche una buona guida come Francesco Ferrari di Milano. Lui, sì, cuoco di scuola. I fondamentali li devo a lui.

In che tipo di ristorante lavori?
Ho cominciato in uno tipico giapponese che propone anche del fusion, poi ho continuato nel ristorante italiano “Lui”: è di proprietà di un mio caro amico italo-giapponese. L’anno scorso ho avuto una breve parentesi in una panetteria per imparare a fare il pane e ora sto lavorando a un libro di cucina italiana parallelamente al mio lavoro di consulente di cucina nei ristoranti italiani.

Quali differenze ci sono fra il Paese del Sol Levante e l’Italia?
Sono state evidenti fin dal primo giorno: a partire dall’arrivo in aeroporto, fino alla vita di tutti i giorni, la parola d’ordine è “efficienza ad ogni costo”. Il tempo è contato e scandito da ritmi spesso incredibili per un italiano e come tale prezioso. Evitare al fruitore di qualunque servizio attese inutili è un dovere. Questo non evita paradossi interessanti come la “burocrazia delle buone maniere” che, a volte, crea piccoli ritardi. Il lavoro qui è tutto, fonte di guadagno ma anche luogo di amicizie e vita sociale. I ritmi? Fino a 10 ore al giorno, che nel mio settore possono diventare anche dodici, e quindi non rimane molto per amicizie extra lavorative.

Quali sono i pregi e le particolarità più belle?
C’è una grande cura per il bene pubblico: viene insegnato fin dall’asilo. Poi i giapponesi sanno valorizzare il loro patrimonio turistico, sfruttando al meglio quel meraviglioso contrasto fra tradizione e modernità che è, a sua volta, una caratteristica di questo Paese.

Che cosa ti manca di più di Vercelli?
Vercelli, la mia città. Questo basterebbe a dire tutto. Ho lì tutti i miei cari (provincia compresa) e gli amici di infanzia oltre a tanti ricordi.

Uno dei ricordi più belli che Vercelli custodisce?
Una passeggiata con mio padre, un evento raro per me. In quell’occasione mi mostrò angoli della vecchia Vercelli a me sconosciuti colorati dai suoi ricordi d’infanzia. Un giorno speciale.

Che cosa non ti manca di Vercelli?
E’ un aspetto molto soggettivo, il mio, a riguardo. Non mi manca quella sensazione di luogo troppo piccolo dove ci si conosce un po’ tutti, ma questo solo perché mi piace la sensazione di essere un grano di sabbia nel deserto magari un po’ diverso, ma solo un volto tra milioni di altri. Rimane una città a cui voglio bene.

L’ultima volta che sei tornato in città come l’hai trovata?
Sono passati circa due anni dall’ultima volta. Sotto alcuni aspetti mi è sembrata più vuota, mi ha dato l’idea di una città che si sforza per crescere senza aver bene chiara la direzione da prendere. L’identità è molto importante per Vercelli. Questo è un punto da non perdere di vista.

Matteo Gardelli
2016 - Riproduzione Riservata

Su La Sesia di venerdì 30 dicembre saremo a Dubai per scoprire la storia di Giovanni Furno


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