venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:49

Vercelli

04-01-2017 09:00

Un vercellese a Dubai: Giovanni Furno
Sesta puntata della rubrica dei nostri concittadini che vivono all'estero
 
Può una semplice inserzione su internet cambiarti la vita? Sì. L’esempio arriva da Giovanni Furno, vercellese trapiantato a Dubai per lavoro. Lui era stanco di quello che faceva a Vercelli, così una sera, navigando, ha risposto a una richiesta sul web e, prima, è arrivato a Abu Dabhi ed, ora, a Dubai. Una città dove si incontrano persone che arrivano da oltre duecento Paesi del mondo, una città che "va usata dal punto di vista economico, non mi vergogno a dirlo", ma anche una città che ha un lato (sapientemente) nascosto dai cataloghi dei tour-operator. Ad esempio è la città dove i gatti randagi vengono raccolti, portati nel deserto e lasciati liberi... di morire. Giovanni Furno, invece, uno di quei gatti l’ha salvato, ha speso molto ma alla fine è riuscito a portarlo a Vercelli dove "avrà la possibilità di una seconda vita".

Come ci è arrivato un vercellese a Dubai?
Ci è finito, tre anni fa, rispondendo a un normalissimo annuncio trovato su internet. Ero stufo di quello che facevo qui... Mio papà ha uno studio di ingegneria e, fra gli altri lavori, ho seguito la sicurezza durante la costruzione della centrale di Crescentino. Una sera, navigando con il computer, ho visto un’inserzione di lavoro nel mio settore, ho risposto e ho cominciato prima ad Abu Dabhi e, ora, mi trovo a Dubai.

Com’è stato l’impatto con una realtà distante migliaia e migliaia di chilometri da noi?
Choccante, sicuramente. Negli Emirati Arabi la popolazione locale rappresenta il 10 per cento del totale, mentre il restante è composto da persone provenienti da circa 250 paesi del Mondo. Persone che però non si integrano, né si tollerano: ci sono, quindi, culture diversissime con cui convivere ogni giorno. E poi non dimentichiamoci: bisogna abituarsi a uno stato musulmano dove ci sono regole tanto precise quanto diverse dalle nostre.

Quante e quali ti hanno colpito maggiormente?
Due in particolare. La prima. Negli Emirati non rispettare i limiti di velocità comporta il carcere immediato. La seconda è invece e riferita a come cambia il loro mondo durante il Ramadan, il periodo di digiuno dall’alba al tramanto: chiunque non può mangiare e bere in pubblico, è persino reato fumare e masticare chewing gum in strada. Negli uffici, poi, ci sono delle zone schermate dove i “non musulmani”, come me, possono mangiare e bere. L’importante è che non siano visti dai seguaci dell’Islam.

Che differenze ci sono fra le due città dove hai lavorato e stai lavorando?
Abu Dabhi è molto più integralista, ci sono regole più stringenti. Dubai invece è più “aperta”: si possono vedere ragazzi in pantaloncini, canottiera o short ad esempio.

Il tuo primo lavoro dall’altra parte del mondo in cos’è consistito?
Ad Abu Dabhi ero responsabile della sicurezza per un’azienda che si occupa di costruzione per le strutture del petrolio.

Ora invece?
A Dubai, più o meno, svolgo lo stesso lavoro per una società che organizza eventi e manifestazioni: giro per il mondo, diciamo che Dubai è, più che altro, una base di appoggio.

Cosa ti manca di più di Vercelli?
La mia famiglia, i miei affetti. Poi mi mancano tanto la tranquillità, l’uscire con un amico per andare a bere una birra o per fare quattro passi sotto i portici di piazza Cavour. Dubai non è una realtà a misura d’uomo, ci sono distanze enormi e, soprattutto, è quasi impossibile stringere rapporti di conoscenza con qualcuno: la gente arriva, resta uno, due, tre anni al massimo e poi riparte. C’è, quindi, un costante senso di precarietà...

Come si 'inganna', allora, il tempo quando non si è al lavoro?
Durante il venerdì, il loro giorno di festa, si può andare in un centro commerciale e rimanerci tranqullamente ventiquattro ore perché al suo interno c’è di tutto: cinema, negozi, ristoranti... Poi a Vercelli c’è ancora mia moglie.

Come mai?
Fa l’insegnante e ha mantenuto il suo posto di lavoro. Io cerco di tornare, ogni volta che riesco, anche solo per un week end. Secondo me ha senso restare a Dubai almeno cinque anni e poi si valuterà: è una città che va usata dal punto di vista economico, non mi vergogno a dirlo.

A Vercelli, prima ancora che tu arrivassi per le feste di Natale, era rimbalzata la voce del tuo salvataggio di un micio. Com’è andata?
Una sera, rientrando in hotel, ho visto un gattino a terra sofferente. Probabilmente a causa di un calcio ha riportato una grave lesione interna. L’ho portato, prima, in una struttura dov’è stato operato due volte in un mese, poi in una clinica dopo l’intervento chirurgico. D’altronde a Dubai non ci sono Onlus come le nostre che si occupano degli animali, un po’ perché non hanno il concetto di Onlus, un po’ perché a Dubai è illegale raccogliere fondi a scopo benefico a meno che tu non sia una struttura specializzata. E una struttura specializzata per gli animali non c’è.

Quindi?
Ho parlato con i volontari di 'Baffi e Code', si sono resi disponibili ad ospitarlo, così ha volato in Emirates per raggiungere l’Italia e quindi Vercelli. Adesso il piccolo Stray avrà la possibilità di una seconda vita nella nostra città, lontano dalla Dubai che i cataloghi dei tour-operator non descrivono. La Dubai dove i gatti randagi, il più delle volte, vengono raccolti, portati nel deserto e lasciati liberi... di morire.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

Su La Sesia di venerdì 6 gennaio saremo a Stoccolma per scoprire la storia di Emilio Marinone


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