venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:50

Vercelli

23-02-2017 09:00

Una vercellese in Etiopia: Marta Piccinin
Tredicesima puntata della rubrica dei nostri concittadini che vivono all'estero
 
In oromo, la lingua sviluppatasi dal ceppo afro-asiatico e diffusa maggiormente in Etiopia, Addis Abeba significa 'nuovo fiore'. E la città, capitale anche dell’Unione Africana, dove si mescolano ottanta nazionalità diverse, comunità cristiane, musulmane ed ebraiche, ha rappresentato proprio questo per Marta Piccinin: un nuovo fiore, un fiore mai visto prima. Quando non aveva ancora compiuto 18 anni, si è trasferita da Borgo d’Ale nella capitale che si trova ad oltre 2mila metri sul livello del mare. Ha vissuto un combattuto periodo di ambientamento, è vero, ma ora, dopo tre anni, ha iniziato a entrare in sintonia con una cultura. Una cultura diversa in tante, tantissime cose.

Cosa ci fa una vercellese in Etiopia?
Mi sono trasferita ad Addis Abeba, ormai tre anni e cinque mesi fa, a causa delle esigenze di lavoro dei miei genitori. Siccome, al tempo, ero ancora minorenne, mi portarono con loro insieme anche a mio fratello e mia sorella.

Che lavoro fanno i tuoi genitori?
Hanno un’attività per le trivellazioni di pozzi d’acqua. Io invece frequento l’ultimo anno della scuola italiana presente qui ad Addis Abeba: seguo il corso di 'Costruzione Ambiente e Territorio'. Oltre al mio percorso ci sono anche l’indirizzo relativo all’Amministrazione, alla Finanza e al Marketing e il Liceo delle Scienze Umane.

Com’è stato il primo impatto con una realtà che può apparire, almeno nell’immaginario collettivo, completamente diversa rispetto a quella italiana?
Molto combattuto. Da una parte c’era infatti lo stupore per questo nuovo mondo, mentre dall’altra volevo tornare a tutti i costi a casa mia e così prendevo di punta ogni singola cosa. Mi ricordo che, agli inizi di questa nuova 'avventura', non volevo mai uscire e non mi piaceva nulla. Poi con lo scorrere del tempo, crescendo, ho capito che in realtà qui non si sta male. Poi ovvio: l’Etiopia, Addis Abeba sono totalmente diverse rispetto all’Italia e non solo a livello immaginario...

Come hai iniziato ad 'integrarti' con questa realtà totalmente differente dalla precedente?
Per prima cosa ho stretto una serie di amicizie fra i miei compagni di scuola. Poi, come detto, ho iniziato ad uscire di casa anche solo per fare delle passeggiate: in questo modo ho iniziato a restare in contatto con persone diverse. Come per tutte le cose, piano piano ci si abitua e si incomincia quindi a capire una cultura, ma anche una mentalità differente: ma è solo conoscendole che, poi, ci si ambienta.

Quali sono le differenze più grandi con cui hai dovuto confrontarti?
Sembra scontata come risposta, è vero, ma qui è tutto differente rispetto a dove sono nata e cresciuta. Faccio tre esempi, partendo dal cibo. Qui si mangia l’enjera con sughi molto particolari. L’enjera è un cibo che accompagna qualsiasi cosa, potremmo anche definirla una sorta di surrogato del pane ma possiede forma e sapore diversi. Poi... Poi dico la mentalità. Per tanti aspetti c’è ancora 'ignoranza' e c’è anche molta ipocrisia. In Etiopia, ad Addis Abeba per avere rispetto di una persona, bisogna essere molto più riverenti rispetto che in Italia. Se le persone ne vedono un’altra che fuma, ad esempio, e se questa persona con la sigaretta in bocca è una ragazza, non esitano a definirla maleducata. Infine, come differenza più grande, dico la cultura. Mi spiego meglio. Il loro modo di vivere è completamente differente dal nostro, come lo sono d’altronde anche i mezzi a disposizione e di conseguenza le abitudini.

Come sono le giornate ad Addis Abeba?
La città si sta sviluppando solo ora. In questo periodo si registra infatti un vero e proprio boom delle costruzioni: sono stati aperti tanti cantieri per palazzi e condomini. Addis Abeba è molto caotica. Per i giovani non c’è molto da fare: la maggior parte dei miei coetanei esce e va nei bar o nelle discoteche. E si ubriaca. Solo recentemente hanno iniziato a comparire posti come le sale giochi dove poter andare magari a giocare a biliardo o calcetto.

Quand’è l’ultima volta che sei stata in Italia?
Sono tornata a Borgo d’Ale, dove vivevo prima che i miei genitori si trasferissero per lavoro, durante le vacanze di Natale.

Cosa ti manca dei tuoi luoghi di nascita?
Mi mancano i miei amici, i miei parenti, il cibo e gli ambienti a me familiari.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

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