venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:50

Vercelli

02-03-2017 08:56

Un vercellese a Zurigo: Riccardo Ricci
Quattordicesima puntata della rubrica dei nostri concittadini che vivono all'estero
 
"G​​​li italiani con 4 cromosomi svizzeri su 46 non avrebbero rivali al mondo...". Riccardo Ricci è riassunto in questa frase: ironico, tagliante, preciso. E’ fra quei ragazzi che, dopo anni di studi e sacrifici, ce l’hanno fatta. Dopo la laurea a Venezia, aver vissuto a Shanghai e Pechino, ora lavora a Zurigo per uno dei colossi della finanza e delle riassicurazioni. A Vercelli torna spesso e, a Vercelli, è impegnato nel sociale: è infatti il tesoriere della Alberto Dalmasso Onlus, perché di Alby (il cronista de La Sesia morto a 27 anni lo scorso aprile, ndr) è il suo migliore amico.

Che cosa ci fa e perché ci è finito un vercellese a Zurigo?
Bella domanda... Mettendola in filosofia, cerco di occuparmi quotidianamente dei miei interessi - i servizi finanziari - e di costruirmi un percorso di cui, tra qualche anno, potrei dirmi soddisfatto, orgoglioso. In pratica, lavoro. In uno dei cosiddetti 'colossi' della finanza e della riassicurazione: Swiss Re. La riassicurazione è, nella sua definizione più semplice, 'un’assicurazione per le società assicurative'. In pochi la conoscono da consumatori. E devo dire che nemmeno io la conoscevo quando ho incontrato, per la prima volta, Swiss Re ad un 'career fair' a Milano. Ciò nonostante, fin da subito, mi ha fatto una buona impressione ed è per questo che mi sono fidato e trasferito.

All’interno di Swiss Re di cosa si occupa nel dettaglio?
La smette di darmi del lei? (sorride, ndr). Sempre con un po’ di semplificazione, calcolo il prezzo e seleziono i rischi che Swiss Re assicura sui mercati italiano, spagnolo e portoghese, nei rami 'casualty', tra cui ad esempio l’Rc Auto. La parte più stimolante del lavoro, comunque, è studiare e analizzare tanti dei trend globali che influenzano la vita di tutti i giorni: i veicoli autonomi, i rischi cibernetici, le catastrofi naturali, solo per elencarne alcuni. E nell’opportunità di esplorare anche altre aree dell’azienda: in questi mesi sono infatti 'in prestito' alla divisione che investe sui mercati finanziari i premi riassicurativi incassati.

Qual è stato il percorso di studi che l’ha condotta fino a questo punto?
Dopo il liceo Scientifico, mi sono trasferito a Venezia per una laurea triennale in lingue ed economia dell’Asia orientale, improntata principalmente sulla Cina. Mi sono reso conto, però, che le materie dominanti erano quelle linguistiche, così ho scelto una laurea specialistica in International management. Tra Milano e Shanghai, la passione e l’abitudine di casa a parlare di servizi finanziari (entrambi i genitori sono bancari, si può immaginare che infanzia…) si sono 'riaccese'.

Mi perdoni, parafrasando la prima domanda: come e perché ci finisce un vercellese a Shanghai?
Alla ricerca del record di umidità, ovvio! Dopo aver vissuto a Vercelli e Venezia, non ero ancora pienamente soddisfatto. Pessime battute a parte, la laurea triennale prevedeva un semestre in Cina e ho quindi scelto Shanghai come destinazione. Inoltre, il corso specialistico era anch’esso in collaborazione con un’università di Shanghai. E così mi sono potuto trasferire una seconda volta, per un 'annetto' abbondante. Inutile dire che lo rifarei domani. Con la Cina, però, non era ancora finita: ho infatti vissuto anche a Pechino, per tre mesi, durante l’esperienza in Swiss Re, ma questa è un’altra storia...

Torniamo in Svizzera, allora. Com’è stato il primo impatto con una realtà che molti descrivono come completamente diversa rispetto a quella italiana?
Non particolarmente traumatico. Ero ancora fresco del mio anno e mezzo a Shanghai e la Svizzera non mi è sembrata una grande rivoluzione. Ammetto, però, che una volta che si approfondiscono le conoscenze locali e, tenendo a mente la distanza geografica, sono più stupito dalle differenze tra Svizzera e Italia, rispetto a quelle con la Cina. Differenze in cui, comunque, mi sono trovato piuttosto a mio agio (su alcune cose sono un po’ 'tedesco' di forma mentis… 'colpa' di mio nonno, credo). Inoltre, Zurigo e la mia azienda sono entrambe realtà molto internazionali, la Svizzera si vive quindi negli intermezzi.

Quali sono quindi le maggiori differenze?
Come ha detto il mio più grande amico: 'Lì non scendi e aspetti il tram al freddo: stai in casa fino all’ultimo secondo utile e poi arrivi alla fermata un minuto prima dell’orario prestabilito. Tra un minuto, il tuo tram sarà lì e ripartirà'. Come al solito, attraverso una metafora semplice, Alby (Alberto Dalmasso, ndr) aveva visto che in un viaggio in tram a Zurigo c’è tutto: l’organizzazione al limite dell’inefficienza (una fermata ogni cento metri); il costo alto per la certezza di un servizio e quindi di un’ottima qualità della vita; la scarsa flessibilità nell’attendere per un secondo un passeggero che ti sta correndo incontro quando le porte si chiudono; il silenzio, la compostezza e la chiusura di una carrozza di svizzeri; il rispetto delle regole (peggio di una multa, c’è solo lo sguardo di chi ti sta intorno quando te la comminano). Gli italiani con 4 cromosomi svizzeri su 46 non avrebbero rivali al mondo...

Lei prima citava Alby. Sappiamo del suo impegno per ricordarlo tramite la Onlus fondata lo scorso giugno: c’è un progetto in particolare che vorrebbe veder realizzato per il suo migliore amico?
Oltre alle patologie che l’hanno tormentato, mi aveva impressionato quando, nonostante non fosse già in ottima forma, era venuto a Zurigo per il concerto delle sue deejay preferite, visto che non c’erano date e luoghi più comodi. Mi preme, quindi, che con la sua Onlus, aldilà dello scopo principale di fare del bene (la prevenzione e la ricerca medica mi motivano particolarmente), si dia anche la possibilità a chi ci aiuta di vivere delle esperienze o passioni particolari, per le quali altrimenti avrebbe dovuto percorrere ottocento chilometri. Cosi Alby rimarrà qui. Rimarrà nelle opere, certo, ma anche nelle emozioni di tante persone. E come sa, quelle non si possono rompere, dimenticare, dismettere. Quelle non finiscono mai. Proprio come lui.

Quand’è stata l’ultima volta che è venuto a Vercelli e come l’ha trovata?
Torno spesso a Vercelli, più o meno una volta al mese. Con qualche miglioramento architettonico qua e là, la trovo sempre fondamentalmente uguale. O forse sono io che l’ho idealizzata cosi. Non mi dispiace, in fondo: quando torno, vado in cerca delle mie sicurezze, quindi è un bene che siano sempre. Casa, famiglia, amici, luoghi.

Tre cose che le mancano di Vercelli e tre cose che invece vorrebbe togliere a Vercelli.
Due sono banali, scontate: mi mancano gli affetti e la vita con loro. E vorrei togliere le zanzare. Un’altra cosa si divide tra le due categorie: la sensazione di piccola città ("di provincia"?): offre grandi comodità e opportunità da un lato, ma io finisco sempre per non tollerare troppo a lungo dall’altro. Forse è solo una questione di tempo e tornerò ad apprezzarla tra qualche anno. In ultimo direi che, per quanto appassionato di cucine internazionali, mi mancano sempre (di più) i sapori di casa. Mentre a Vercelli eviterei di essere vittima dell’efficientamento dei servizi pubblici.

Vercelli ultimamente è balzata agli onori della cronaca per l’arrivo di Amazon. Visto da fuori: come giudica e che percezione suscita l’arrivo del colosso americano?
Credo che il lavoro sia sempre una buona notizia. Non solo per chi non ne ha: mi ha sempre impressionato la quantità di concittadini in coda, o che passano dalla stazione, di prima mattina o a tarda sera, quindi se qualcuno da domani se lo potrà evitare, meglio. In generale, spero per Vercelli, ma anche per l’Italia, che siano sempre di più le aziende di domani, e non quelle di ieri, a cercare lavoratori locali. Ancora meglio quando questi impieghi sono a valore aggiunto, poco soggetti all’automazione e quindi più duraturi.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

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