venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:49

Vercelli

26-05-2017 09:11

Una vercellese a New York: Marina Cerrone
Diciassettesima puntata della rubrica sui nostri concittadini che vivono all'estero
 
"Fin da piccola ho amato le grandi città...".

Sembra quasi che la vita avesse previsto fin da subito il futuro di Marina Cerrone. Oggi il cardiologo e ricercatore vercellese vive infatti nella grande città per eccellenza: New York. "Il centro del mondo” come tende a definirla, lei. E’ stato un percorso lungo quello che l’ha condotta alla Grande Mela, fatto di tanto studio e altrettanti sacrifici. Un percorso che, ogni estate, fa al contrario quando torna a Vercelli. Ma in città ci resta poco, preferisce rifugiarsi subito nel mare della Liguria perché "l’Atlantico non è il Mediterraneo...".

Come ci arriva una vercellese a New York?
Partendo dall’università di Pavia, dove ho studiato Medicina e Cardiologia. Fin dagli inizi ho sempre lavorato sulle malattie genetiche che causano la morte improvvisa fra gli sportivi, com’era successo a Piermario Morosini (il centrocampista del Livorno morto durante la partita contro il Pescara il 14 aprile 2012, ndr), ma non solo. A Pavia mi occupavo di clinica e ho poi preso parte a un progetto di ricerca che ho voluto continuare negli Stati Uniti. Così, nel 2005, sono arrivata a Syracuse, nord degli Usa, per un post dottorato. Dopo tre anni e una tappa molto breve in Michigan, la dottoressa Silvia Priori, responsabile del progetto di Pavia, viene contattata dalla New York University per realizzare una cosa simile. Io accetto di seguirla... ed eccomi a New York nel 2008.

Di che cosa si occupa?
Sono medico cardiologo, ma faccio ricerca: ho un contatto con i pazienti e mantengo il mio lavoro in laboratorio. Da gennaio 2016 la professoressa Priori non fa più parte del team perché è tornata in Europa. Da quel momento io e un mio collega siamo quindi diventati co-direttori di quello che lei ci ha lasciato. Poi, a New York, ho conosciuto mio marito, ho costruito una famiglia...

C’è un particolare temporale: lei arriva a New York l’anno dell’elezione di Obama ed ora vive a New York l’inizio dell’era Trump...
Tragedia... (sorride amara, ndr).

Ecco. Com’è stato il primo impatto con la realtà americana e come sono oggi gli Usa?
Il mio primo impatto, fra il 2005 e il 2008, è stato con la provincia americana che è un mondo completamente diverso. Nonostante questo, ero inserita in un contesto lavorativo molto internazionale. Poi mi sono trasferita a New York: fin da piccola ho amato le grandi città così mi sono sentita subito a casa. Poi è una metropoli molto europea: è più facile vivere a New York che nell’America profonda. Gli Stati Uniti, durante Obama, sono stati molto emozionanti, mentre gli Usa di Trump sono uno choc. A New York quasi nessuno ha votato per lui: ma la mattina dei risultati, ci siamo svegliati capendo che non avevamo capito niente dell’altra America. L’America di Trump la vedo arrabbiata, ma non ne sento ancora le conseguenze. Si sentiranno, comunque. New York è un mondo privilegiato, c’è una sorta di protezione generale. Poi io vivo in un mondo doppiamente protetto, quello accademico.

Lei ha detto: “Ci siamo svegliati e non abbiamo capito nulla dell’altra America”. Qual è quindi la differenza fra l’America profonda, che ha votato in massa Trump, e New York?
New York è poco America... Ci sono i newyorkesi, che sono nati e vivono lì. Sono meno mobili rispetto agli altri americani ma perché, forse, New York è già al centro del mondo. L’America profonda sembra quasi avere disprezzo per intellettuale: d’altronde è l’America dei cow-boy di John Wayne. Ci sono persone che danno poco valore alla cultura e hanno la visione dell’intellettuale come figura elitaria e nemica. Sono i sentimenti che hanno mosso il clima politico di questi mesi. Gli Stati Uniti non sono così globalizzati come si pensa: se si tolgono le coste, la gente non viaggia, va in vacanza in campeggio, nei laghi, pochi sono i ragazzi che vengono in Europa, Se lo fanno, lo fanno quando sono al liceo o al college. Insomma: non è un mondo così aperto verso gli altri.

Quand’è stata l’ultima volta che è tornata a Vercelli, prima di questa?
Solitamente vengo d’estate, mia mamma vive ancora qui. Ma passo poco tempo in città, preferisco andare subito in Liguria dove abbiamo la casa. Perché che mi manca molto il mare, l’Atlantico non è il Mediterraneo...

Trova una Vercelli cambiata?
Non ho visto nessuna differenza ma forse perché non sono un’osservatrice attenta. A volte mi sembra un po’ più vuota in centro in termini di attività commerciali. Vercelli, però, la trovo sempre uguale, ma anche perché non mi impegno a vederla diversa.

Cosa può portare, oltre al lavoro, Amazon alla città?
Se Vercelli ha voglia di cambiare, può dare dinamismo. E’ un mondo e modo diverso di lavorare. Alcuni privilegi della qualità di vita italiana vengono sacrificati, ma loro fanno parte del mondo del 24 ore su 24 e della “domenica che non esiste”. Io francamente sono d’accordo, ma forse è “l’americanizzazione” del tutto e subito, della vita su internet. Vedo la mia famiglia, ad esempio, ma anche altri conoscenti: a livello di tecnologia mi sembrano un po’ indietro rispetto a quella a cui sono abituata io. Forse questo può essere dato da Amazon a Vercelli, mentre Vercelli ad Amazon può dare la qualità di vita. A livello lavorativo, però, la multinazionale può scontrarsi col difetto degli italiani: l’assenza di mobilità. Ci sono dei vantaggi a vivere dove si è cresciuti, indubbiamente, l’americano cerca invece il lavoro dove c’è.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

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