venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:50

Vercelli

15-06-2017 09:40

Un vercellese a Pittsburgh: Livio Michelone
Ventesima puntata della nostra rubrica sui concittadini che vivono all'estero
 
L​​a storia di Livio Michelone è una storia molto Novecento. Perché, alla base, c’è una scelta di vita: trasferirsi negli Usa per lavoro. Fino ad arrivare, anno dopo anno, a diventare cittadino americano a tutti gli effetti. Un percorso lungo, difficile ma anche un percorso di maturazione. Nonostante tutto, però, come esige ogni storia molto Novecento, il legame con la terra d’origine non si spezza mai. Anzi.

Come ci finisce e perché un vercellese negli Stati Uniti?
Sostanzialmente per lavoro. Il primo luglio del 1981 vengo assunto dalla Cerutti Spa. Dopo un anno, mi offrono di andare all’estero per installare e collaudare le rotative. Accetto con molto entusiasmo e, agli inizi, giro principalmente per tutta Europa. Nel 1994, poi, il dottor Cerutti mi offre di trasferirmi per tre anni alla ditta 'North American Cerutti Corporation' con sede a Pittsburgh in Pennsylvanya. Il compito? Occuparmi delle installazioni nel mercato North, Central & South America. Da quel momento vivo e lavoro in Usa. Non solo. Lo scorso febbraio sono diventato, a tutti gli effetti, un cittadino 'a stelle e strisce'.

Ci può spiegare come funziona questo iter? E’ vero che, fra le altre cose, bisogna anche superare dei test di cultura generale oppure è una “leggenda” che ruota intorno al mondo americano?
L’iter per la cittadinanza funziona così: dopo sei anni in cui bisogna essere permanent resident (vivere negli States con la Green Card) bisogna compilare un questionario online, in cui bisogna rispondere a una serie di domande sui dati personali e di famiglia precedenti all’arrivo negli States. Non solo. Bisogna fornire anche i dati relativi alla permanenza, lavoro, stato migratorio e viaggi fatti dall’arrivo negli Usa e all’estero.  Se il questionario presentato è approvato dall’Ufficio dell’Uscis - United States Central Immigration System - della città dove si vive, si riceve un appuntamento per recarsi nello stesso ufficio e farsi rilevare le impronte digitali e fare la fotografia personale (chiamate Biometrics). A questo punto viene dato al richiedente un dvd nel quale vengono presentate cento domande sulla storia, la geografia, la costituzione, le funzioni di Governo e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Dopo circa due mesi, si riceve un’altra lettera con appuntamento per sostenere un esame orale sul dvd ricevuto. Durante l’esame bisogna rispondere a sei domande delle cento correttamente, scrivere una frase dettata dall’intervistatore e leggere correttamente una o più frasi. Vengono inoltre controllati tutti i viaggi fatti fuori dagli States negli ultimi cinque anni di residenza. Se risulta che si è stati fuori dagli Usa più di 900 giorni, in cinque anni, la domanda di cittadinanza viene automaticamente respinta. Alla fine dell’esame se l’intervistatore ritiene che tutto sia ok, rilascia un foglio dove attesta la concessione della  cittadinanza. A quel punto viene spedito al ministero di Washington e viene fissata la data della cerimonia di Giuramento. Normalmente si svolge due settimane dopo: con altri richiedenti si va davanti a un giudice e, durante una cerimonia in pompa magna, si giura fedeltà alla Costituzione Americana e alla Bandiera. Infine si riceve un certificato da conservare e utilizzare per ottenere il passaporto americano. Da quel momento si è a tutti gli effetti cittadino americano.

Quale è stato il primo impatto con questa realtà che, stando a quanto si racconta, appare molto distante e diversa da quella vercellese?
Fra il 1990 e il 1991 mi sono recato, per la prima volta, negli States. Andandoci ogni volta per lavoro, sono sempre stato 'preparato' tanto è vero che non ho mai avuto problemi di adattamento. Le differenze? Sicuramente la rapidità degli uffici pubblici per rilasciare i documenti, ad esempio. Ma poi ci sono anche tante altre cose che riguardano la vita quotidiana. La comodità offerta dai supermercati, per citarne una, con i loro orari di apertura, ma anche il senso di sicurezza che si percepisce: basti infatti pensare che la maggior parte delle case non ha alcuna recinzione.

Che tipo di città è Pittsburgh: la classica metropoli americana oppure è una realtà più a misura d’uomo?
Non è la classica megalopoli, perché in 'down town' non vivono molte persone. Come territorio è molto 'sparsa' sulle colline circostanti. La maggior parte della gente (circa 3 milioni) vive fuori dal 'down town' che per lo più è adibito ad uffici pubblici e delle varie corporazioni come gli stadi di Baseball (Pirates), Football (Steelers) e Hockey (Penguins). C’è poi un’area chiamata 'Strip District' dove si trovano negozi alimentari italiani tipo 'Pensilwannya Maccaroni' in cui si  trovano tutti i prodotti sia del sud che del nord. E persino i Krumiri! Gran parte della popolazione è di origine italiana, principalmente meridionale, date le migrazioni dei primi del Novecento. Ma Pittsburgh è una città dalle molte etnie: irlandesi, polacche e russe. Negli ultimi 20 anni, però, sono arrivati anche molti centro e sudamericani e anche persone dai Paesi europei come la Germania (la Bayer ha una sede e uno stabilimento di produzione) e l’Inghilterra.

Quand’è stata l’ultima volta che è tornato a 'casa'?
A giugno 2016. Sono tornato tre settimane a Costanzana per far visita alle mie sorelle.

Cosa le manca di più della vita italiana, anche se ormai sono passati 23 anni dal suo “addio”?
Gli amici, le discussioni al bar sullo sport, l’attualità e le notizie quotidiane. Perché qui la cultura media è molto bassa e anche le news (giornali o tv)  trattano solo notizie interne, dando spazio solo ad avvenimenti internazionali se sono però coinvolti gli americani. Mi manca poi anche la tranquillità della vita di Costanzana. Per il mio lavoro sono continuamente in viaggio da un aeroporto all’altro e con la valigia costantemente in mano, riuscendo a stare solo qualche weekend a casa con mia moglie. Nostro figlio, da circa 3 anni, vive in Kentucky dove sta frequentando il college e ritorna solo per le feste più importanti come il 'Thanksgiving' e Natale.

Ha notato qualche differenza a Vercelli rispetto a prima?
Non molte.

Secondo lei, l’arrivo di Amazon a Vercelli, il cui mega centro sarà operativo dall’autunno, potrà rivoluzionare il modo di vivere della città?
Dipende. Se Amazon cercherà di trasferire la mentalità americana a Vercelli, ci saranno sicuramente dei cambiamenti per coloro che lavoreranno in Amazon. Altrimenti non credo che si vedrà un completo cambiamento.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

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