venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:49

Vercelli

22-06-2017 09:00

Una vercellese a Ginevra: Giulia Silvestri
Ventunesima puntata della rubrica sui nostri concittadini che vivono all'estero
 
L​​a meglio gioventù. Più va avanti la rubrica 'Vercellesi nel Mondo', che a settembre avrà un appuntamento 'tutto suo' al Museo Leone grazie agli amici de La Rete, più ci si accorge che Vercelli ha una sua meglio gioventù che ha deciso di trasferirsi all’estero. E (quasi) tutti i membri di questa meglio gioventù promettono: "Prima o poi torneremo". L’ultimo membro di questa meglio gioventù è Giulia Silvestri: la sua intervista è una (ri)scoperta del concetto di 'casa', dopo che lei ha anche vissuto a Parigi. Prima di lei c’erano stati Riccardo Ricci, Emilio Marinone, Luca Zuccaretti. Tutti hanno sottolineato che Vercelli non è così come la vede chi la vive tutti i giorni. Anzi. E’ una città piena di possibilità, amata dagli stranieri che la visitano. Vien da chiedersi se, un giorno o l’altro, questa città sarà finalmente in mano alla sua meglio gioventù...

Giulia, come ci finisce e perché una vercellese in Svizzera?
Dopo aver frequentato il liceo classico a Vercelli, istituto che mi ha fornito un’eccellente preparazione di base e a cui sono rimasta legata, mi sono iscritta all’università Bocconi di Milano al corso di laurea in Economia Aziendale e Management. Ho poi conseguito un Master in Management all’Hec Paris e ho fatto due stage sempre nella capitale francese. Ho passato uno splendido anno e pensavo che non avrei mai più lasciato quella città magica. Quando sono stata assunta da 'Procter&Gamble', una multinazionale americana, ho però scelto Ginevra: è il quartier generale europeo dell’azienda. Ritenevo, infatti, che il tipo di lavoro che avrei dovuto svolgere lì fosse più stimolante. Ormai vivo a Ginevra da cinque anni e devo dire che non mi sono affatto pentita.

Qual è stato il primo impatto con questa realtà che, stando a quanto si racconta, appare molto distante e diversa da quella vercellese?
Dopo aver passato due anni a Parigi, devo ammettere che Ginevra mi stava un po’ stretta. Non mi piaceva il clima e non la trovavo affascinante né stimolante. Vivere e lavorare dieci ore al giorno lontana da casa e dagli amici di una vita, è duro. Il primo anno è stato quindi di assestamento. L’impatto con una cultura diversa poi è sempre sconvolgente... Capisci che il concetto di “caffè al banco” non esiste (e che il caffè ha un gusto terribile). Ma anche: che nei tram e nei bus é considerata una maleducazione parlare al cellulare (e puoi anche essere multato se fai troppo rumore). Non è finita. La lavatrice (in comune con tutti gli appartamenti del tuo edificio) non si può fare la domenica mattina. Allo stesso tempo, però, capisci che non sei l’unica che è lontana da casa. Ci sono molti come te, lì, a provarci. E allora tieni duro e... Ci provi anche tu. Nei momenti difficili vai a passeggiare sulla riva del lago, da dove realizzi che si può persino vedere il Monte Bianco: un pezzetto di Italia alla fine. Pensi che sei molto fortunata: hai il lavoro che hai sempre voluto e che ti piace. Ti rendi conto che fuori dall’Italia i giovani sono considerati una risorsa e che quindi sono valorizzati.

Intanto in Italia si è passati dalla 'generazione mille euro' a quella (se va bene) 'quattrocento euro'. Se dovesse spiegare a uno svizzero cosa sta capitando nel nostro Paese, dove c’è un veloce deprezzamento sia economico che morale dei lavoratori più giovani, che parole userebbe?
Sarebbe difficile, ma userei parole di speranza. Spiegherei che sì, è vero, il nostro mercato del lavoro è molto difficile per i giovani a cui è spesso negata la possibilità di esprimere tutte le loro potenzialità, mentre in altri Paesi ciò non accade. Quando sento parlare di amici con contratti a tempo determinato rinnovati per tre anni, stage infiniti e salari indegni di questo nome, provo una grande rabbia. Però, penso anche che quegli stessi amici sono in Italia perchè hanno scelto di restare, di provarci, e svolgono il loro lavoro con entusiasmo e professionalità. Penso a quelli come me, che sono via, ma un giorno torneranno. E nutro la speranza che tutti insieme ce la faremo, a migliorare le cose.

Un altro vercellese in Svizzera, Riccardo Ricci, durante la sua intervista a La Sesia ha detto che gli italiani con 4 cromosomi svizzeri su 46 non avrebbero rivali al mondo. Lei concorda con quest’affermazione? E se sì, perché?
Ha perfettamente ragione! Penso che lavorare all’estero mi abbia reso ancora più orgogliosa di essere italiana. A volte non ci rendiamo conto di quanto la nostra cultura ci dia una marcia in più... Gli italiani li riconosci subito! Nella vita privata sono quelli che 'creano' i gruppi di amici, lanciano inziative, organizzano il calcetto il martedì sera, sono aggiornati sull’ultima mostra da visitare, sono sempre amati da tutti. In azienda sono, spesso, quelli che propongono le soluzioni più creative, hanno più network (perché giocano a calcetto, come disse il ministro Poletti!) e fanno carriera più velocemente. Se aggiungi al mix un po’ di organizzazione svizzera, il rispetto verso la legalità e l’apertura verso culture diverse... allora nessuno ci può battere.

Il problema dell’Italia, quindi, visto da fuori, sono i 'vecchi' che non mollano le posizioni di potere, il fatto che le posizioni di vertice vengano occupate dai 'figli di papà' o che i giovani di talento se ne siano andati tutti proprio per questo?
I figli di papà ci sono dappertutto, specialmente in Svizzera! L’Italia, all’estero, viene percepita come un Paese piuttosto 'chiuso': alle nuove imprese, a causa delle tasse troppo alte; agli stranieri, perchè la conoscenza dell’inglese è ancora limitata e gli stereotipi sono molti; alla possibilità di considerare che sì, un professionista di 30 anni può essere già manager e che sarà lui o lei, e non il suo capo, a presentare la propria analisi al Ceo (l’amministratore delegato, ndr).

Quand’è stata l’ultima volta che è tornata a 'casa'?
E’ una domanda interessante. Quando vivi lontano dalla tua città da tanto tempo, il concetto di 'casa' cambia radicalmente. Certo la mia casa di sempre è Vercelli: è dove sono cresciuta, c’è la mia stanza di adolescente, il bar dove vado al sabato sera con i miei amici di sempre. Ma la mia casa ora è anche Ginevra: il mio appartamento di 60 metri quadri, il mio letto Ikea. Capisci anche che alla fine la vera casa non è un luogo, ma è fatta dall’avere le persone che ami intorno a te. Quindi, per tornare alla domanda... L’ultima volta che sono tornata a casa è stato a marzo, un po’ a Vercelli e un po’ in Liguria, con i miei genitori, il mio ragazzo e i miei amici per festeggiare i miei trent’anni (e quelli di uno dei miei più cari amici nato due giorni prima di me).

Ha notato qualche differenza a Vercelli rispetto a prima?
Vercelli mi sorprende sempre un po’. E’ vero che, ogni volta che torno, è sempre uguale (il balcone fiorito di mia mamma, i giardini di piazza Camana con le altalene, i bar del centro al sabato sera) ma ogni volta c’è qualcosa di nuovo: un negozio che si è rinnovato, un amico ha aperto un nuovo studio, una farmacia dove dietro al banco trovi un altro amico appena assunto. La cosa migliore è visitarla con degli amici stranieri: capisci davvero che non è solo 'una città fra Torino e Milano', come la definisci tu quando ti chiedono da dove vieni, ma è davvero 'una bellissima città', come la definiscono i tuoi amici di tutto il mondo.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

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