venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:50

Vercelli

13-07-2017 10:51

Il ricercatore vercellese: 'I vaccini difendono la società'
Seconda parte dell'intervista a David James Pinato, inserito fra i migliori al mondo nel suo lavoro
 
​​​​"Non è accettabile che una tv o un giornale metta sullo stesso piano l’opinione di un ricercatore con quella di una showgirl. Non è possibile che si dia lo stesso peso, non è possibile che si dia così tanta rilevanza a un 'non tecnico' piuttosto che a un tecnico".

E’ diretto David James Pinato, il vercellese inserito fra i migliori ricercatori al mondo, quando gli si chiede della questione vaccini in Italia. Quest’argomento è il cuore della seconda parte dell’intervista che il medico e docente dell’Imperial College of Physicians inglese (regolarmente classificato tra le migliori università del mondo, superando in alcuni casi anche Oxford e Cambridge) ha concesso, via Skype, a La Sesia. Pinato poi parla della Brexit e del fatto che non è ancora chiaro dove e cosa porterà, così come si sofferma per lunghi tratti sul clima che si è instaurato in Inghilterra, a Londra in particolare, dopo gli attentati terroristici. Infine, la chiusura è dedicata alla sua Vercelli una città che "può diventare un polo industriale, ma non deve assolutamente dimenticarsi le sue solide basi culturali e storiche".

Com’è stato l’arrivo a Londra sette anni fa? Qual è stato il primo impatto con una delle metropoli più grandi e importanti del mondo?
E’ stato un bel ritorno. Ho avuto la fortuna di conoscere Londra quand’ero molto piccolo, d’altronde è stata sia sede di vacanza sia di lavoro per i miei genitori. Ricordo che mio papà veniva spesso qui a comprare il té per il piccolo Bar Garden & Tea di via Dante e mia mamma ci insegnava. Quindi, per me, Londra è sempre stata custode di memorie positive. Tornare e poi iniziare a lavorarci è stata una forte emozione, specie nella prima parte di questa mia esperienza. Mi sembrava quasi strano vivere in una città che ha così tanto da offrire, una città con un’incredibile ricchezza culturale. Tutte le cose, però, hanno un punto di vista negativo. Il mio è la lontananza dalle mie tradizioni, da Vercelli, dalla provincia dove ho sempre avuto la mia famiglia. E’ stata una decisione difficile da accettare. Qui lo stile di vita è diverso, direi totalmente diverso. Un esempio? Ci sono pochi momenti di aggregazione: si mangiano i tramezzini davanti al pc, ad esempio. Non si ha la pausa per il caffè come si vorrebbe. E’ indubbiamente uno stile di vita più frenetico.

Dopo la Brexit, l’Inghilterra naviga in acque tempestose?
Più che sull’Inghilterra, mi soffermerei su Londra. La notte dopo il referendum, la città si è svegliata in un profondo stato di choc. Uno choc, fidatevi, che non è terminato ancora oggi. Sotto molti aspetti il futuro di Londra è a rischio, d’altronde Londra è molto, molto diversa dal resto del Paese. E’ una città cosmopolita, ha una visione d’insieme, vuole essere una capitale globale. E, soprattutto, vuole continuare a competere dal punto di vista dei mercati finanziari, della cultura e della scienza. La città resta tesa a non lasciarsi sfuggire nulla che passa lungo la scala globale. Londra, quindi, sta attraversando una fase di limbo. C’è un senso di paura, di smarrimento forse a causa dei continui annunci sui futuri negoziati. Solo questa settimana si è finalmente accennato al fatto che gli europei, ormai stanziali in Inghilterra,  si vedranno riconosciuti i diritti. Ripeto, è la prima volta che si sente una simile notizia a un anno dal referendum. Prima era tutto fumoso, come se ci fosse una volontà politica per mantenere “il cappio intorno al collo” in vista, appunto, dei negoziati. Ma ora quel cappio sta crollando, così come sta crollando il consenso verso la figura del premier Theresa May.

Londra, recentemente, è stata anche colpita da più attentati terroristici. Che clima si respira?
Gli ultimi attacchi hanno portato a un profondo choc. A cambiare, infatti, è stata “la scala” dei terroristi: prima si pensava che cercassero di colpire migliaia di persone, la tragedia delle Torri Gemelle per intenderci, mentre ora si verificano sempre di più micro-episodi. Ha creato non poca paura, ad esempio, l’omicidio del poliziotto davanti al Parlamento. Ecco. Cose simili, come l’assalto ai pub, hanno trasmesso la sensazione che, ora, tutti possono restare coinvolti in un attentato terroristico.

Torniamo alla sua professione, che è decisamente meglio. Recentemente lei è stato inserito nella rosa dei migliori giovani ricercatori al mondo in Oncologia. Ha ricevuto, per il secondo anno consecutivo, il Merit Award e hanno parlato di lei anche giornali storici come La Repubblica e il Corriere della Sera. Che effetto le fa tutto questo?
Sicuramente molto piacere. Io non sono molto abituato a parlare di me. Non ho mai avuto accesi i riflettori della stampa e, devo esser sincero, non mi è mai interessato più di tanto. Però tutto questo, ora, lo vedo come un riconoscimento ai tanti weekend trascorsi in laboratorio a scrivere, alle tante vacanze non fatte, ai tanti sacrifici. Ma soprattutto tutto questo dà atto a una grande verità: con ingegno e perseveranza si può davvero arrivare a raggiungere dei traguardi dove al centro ci sono i pazienti. D’altronde la nostra missione e cercare di aiutare il più possibile le persone che vengono in ospedale e che magari hanno una qualità e quantità della vita limitata. Ecco: nel mio piccolo io voglio cambiare questa loro situazione, non voglio che sia così, voglio che sia diversa.

Lei, come quasi tutti gli altri otto italiani che hanno ricevuto il Merit Award, lavora all’estero però...
E’ inutile nascondere il disinteresse dell’Italia nei confronti della ricerca.

Il nostro Paese, in questi mesi, sta affrontando anche un’altra emergenza medica: la “lotta” ai vaccini.
Io ho frequentato il Classico, quindi mi piace sempre tornare alla storia. Ecco. Questo periodo mi ricorda il luddismo: il movimento di protesta operaia, sviluppatosi all’inizio del XIX secolo in Inghilterra, caratterizzato dal sabotaggio della produzione industriale. Quando, cioè, gli operai tiravano gli zoccoli contro le macchine, quando c’era proprio un’insurrezione contro il progresso. Non è altro che quello che sta succedendo in Italia. E’ in corso una preoccupante deligittimazione della scienza, dettata anche da un problema di qualità dell’informazione scientifica. E’ necessario fare un distinguo. Non è accettabile che una tv o un giornale metta sullo stesso piano l’opinione di un ricercatore con quella di una showgirl. Non è possibile che si dia lo stesso peso, non è possibile che si dia così tanta rilevanza a un “non tecnico” piuttosto che a un tecnico. Perché poi, inevitabilmente, chi ne patisce è la società, il paziente. E “il paziente” può essere ognuno di noi. Contemporaneamente deve esserci sforzo dei ricercatori, dobbiamo scendere dalle cattedre e imparare a parlare un linguaggio che possa essere il più comprensivo per tutti. E dopo sconfiggere questa battaglia contro i vaccini, perché è controproducente.

Come giudica, quindi, la decisione del ministro Beatrice Lorenzin di imporre alcuni vaccini tramite decreto del Governo?
Le istituzioni hanno come obbligo sociale la tutela della salute pubblica. L’obbligatorietà dei vaccini è un provvedimento che pone rimedio a un elemento di incertezza rispetto alla comunicazione per far capire cosa sia importante e cosa non lo sia. I vaccini sono un fattore protettivo nei confronti dell’insorgenza della malattia, quindi il gesto del Ministro è stato sacrosanto per la protezione della società. Più che altro non si doveva arrivare a imporre una cosa su un argomento che non dovrebbe essere oggetto di alcuna discussione.

Cambiamo argomento, viriamo su qualcosa di più “leggero”. Quand’è stata l’ultima volta che è tornato a Vercelli? L’ha trovata cambiata?
Sono tornato a dicembre e poi a marzo. Cerco di venire nella mia città il più possibile, anche solo per un frettoloso abbraccio di mia sorella Sara, saltando la coda nel negozio di computer dove lavora, in via Ferraris. Vercelli è cambiata sotto molto punti di vista. A Vercelli sono sempre stato e sono legato: lì ho frequentato le elementari, le medie, il liceo... Ho sempre apprezzato la sua capacità di avermi preparato al mondo tramite un sistema di istruzione che è sempre stato fondato sulla cultura classica. Questa città mi ha dato strumenti molto importanti per capire le dinamiche del mondo di oggi. Ecco perché, sempre, tendo a rigettare l’idea di Vercelli come una “semplice città agricola”. La mia città ha molto di più della copertina che vogliono imporle.

Una possibile svolta può arrivare dall’insediamento di Amazon?
La città deve sempre cercare di sfruttare tutte le opportunità per “lei” e per i suoi cittadini. Ma non può tralasciare nulla. Vercelli possiede un patrimonio di cultura e istruzione, anche a livello universitario grazie al lavoro dell’Upo, che deve essere valorizzato sempre di più anche da un punto di vista internazionale. La ricchezza è lì: nella storia, nella cultura che, purtroppo, ogni tanto passano un po’ in sordina. Ma questo, credo, sia un problema che affligge l’intera regione Piemonte. Bisogna puntare sul turismo, perché il turismo è un tassello importante nel contesto globale. Ben venga Amazon, ben venga la possibilità di espansione industriale, ma ci vuole anche altro: infrastrutture, investimenti. Vercelli deve capire cosa vuole diventare: una città industriale? Una città universitaria? Le cose non sono esclusive, questo va costantemente ricordato.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

Su La Sesia in edicola domani saremo in Australia a scoprire la storia di Roberto Fusetto


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