venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:49

Vercelli

25-07-2017 09:37

Un vercellese in Australia: Roberto Fusetto
Ventiquattresima puntata della rubrica sui concittadini che vivono all'estero
 
​​Tenacia. E’ la prima parola che viene in mente, dopo aver parlato con Roberto Fusetto: costanzanese che, sei anni fa, ha deciso di andare 'dall’altra parte del mondo'. Tenacia, perché Roberto non si è mai arreso davanti al complicato, e a tratti controverso, mondo dell’Australia. Un Paese che lui non esita a definire 'razzista', ma un Paese che, allo stesso tempo, "mi ha insegnato tante cose e che sarà il mio trampolino di lancio". Ambizione. E’ la seconda parola che emerge dalla chiacchierata via Skype. Ma 'ambizione' nell’accezione più bella del suo termine: perché, fin dagli inizi della sua esperienza, Roberto Fusetto non ha mai voluto scendere a compromessi. Lui, laureato in Italia, ha sempre cercato di far valere quel titolo di studio e ora, dopo un dottorato a Melbourne, è a un passo dalla svolta definitiva. Insomma: tenacia, ambizione e soprattutto 'saper cosa si vuole'. Più volte, infatti, Roberto usa l’espressione "ora posso giocarmi le mie carte". Sì, quella di questo giovane costanzanese è una storia presa in prestito dal Novecento italiano: il Novecento dei migranti che andavano in 'un altro mondo' perché l’Italia era disastrata. E l’Italia, oggi, è ancora un Paese allo sbando. "Quando torno vedo tutto bloccato, facce tristi..." dice, con l’inevitabile retrogusto amaro, questo italiano del mondo.

Come ci finisce e perché un vercellese in Australia?
Sono atterrato a Brisbane, il 6 febbraio 2011, con l’obiettivo di cercare opportunità lavorative. In un primo momento volevo trovare qualcosa nell’ambito scientifico poi, con il passare del tempo, ho intrapreso il dottorato di ricerca. Dopo tanti sacrifici, ora, sono in attesa di ottenere il lavoro che volevo e voglio, visto che anche a livello burocratico dovrei riuscire a sistemarmi.

Di che cosa si occupa?
Sono biotecnologo, mi sono laureato all’Università del Piemonte Orientale: ho conseguito sia la triennale sia la specialistica alla facoltà di Novara. Attualmente, in Australia, sto conseguendo il dottorato sugli insetticidi. Nella prima parte della mia esperienza ho vissuto a Brisbane dove ho intrapreso studi di inglese, per ampliare la conoscenza linguistica, mentre svolgevo lavori 'casual' per mantenermi e per 'introdurmi' in un ambiente, in una cultura completamente diversi dai nostri. Dopo diciotto mesi, mi sono trasferito a Melbourne: una città più europea, brittanica per la precisione. E qui ho iniziato il mio dottorato di ricerca. Lo scorso 16 marzo ho consegnato la tesi, ora sto aspettando che 'torni indietro' dal professore. Dopo un percorso di sei anni e mezzo, ho le 'carte giuste' per avere il lavoro che mi piace.

Un altro suo compaesano, Livio Michelone, è recentemente diventato cittadino americano a tutti gli effetti. Ma, nel corso della sua intervista, ha raccontato il lungo iter che ha dovuto seguire negli Usa. Com’è la procedura australiana?
Esistono tanti tipi di visti. Semplificando: lo si ottiene se una persona ha qualcosa 'da vendere' perché il Governo, che cambia ripetutamente le carte in tavola, richiede a chi arriva qualcosa di concreto. Paradossalmente, però, all’inizio ha più possibilità un elettricista piuttosto di uno studente che segue un dottorato.

Che differenze ci sono fra l’Italia e l’Australia?
La nostra è una realtà totalmente diversa: prima studiamo e poi cerchiamo un lavoro. Il sistema australiano permette, invece, di iniziare a lavorare mentre si frequenta la scuola e quindi una persona può già allargare il suo curriculum. Noi non abbiamo esperienza, invece qui è normale che un ragazzo di 20, 21 anni possa avere già tre anni 'sulle spalle'. E’ poi soprattutto molto facile trovare un impiego come cameriere, lavapiatti. Non solo. Lavori come quello del muratore possono arrivare a fruttare anche 1500 euro al mese. Il problema è che c’è un difficile processo di integrazione, il sistema taglia fuori chi non ha un visto...

Lo possiamo definire estremamente selettivo?
Razzista. La parola giusta è razzista. L’Australia non è l’Eldorado che si racconta in Europa, è un Paese come tanti altri. Ha i suoi pro e i suoi contro. C’è stata, ultimamente, una forte migrazione e il Governo ha cambiato, come dicevo, più volte le regole.

Com’è stato il primo impatto, sei anni fa, con questa realtà molto 'dura'?
Emozionante. Il primo anno è stato molto bello, se vogliamo anche difficile perché dovevo imparare al meglio l’inglese. Poi bisognava cercare lavoro ma ho imparato tanto. Ripeto: l’Eldorado australiano non esiste, specie quando si cerca di uscire dai classici impieghi temporanei. Non è per nulla facile quando si ha una laurea e si prova, fin dall’inizio, a dimostrare che 'vali di più'.

Adesso di che cosa si occupa?
Ho ancora tre lavori temporanei. In laboratorio, come tutor scolastico e sono impegnato in un’importante ditta di telecomunicazioni: credo, spero che quest’ultimo sia il mio lavoro del futuro. Dopo sei anni in Australia, ho capito tante cose. Nonostante non sia stato facile, l’Australia mi ha dato la possibilità di capire cosa voglio fare, cosa che l’Italia mi ha invece negato. E’ inutile nasconderci: in Italia non c’è possibilità di lavorare.

Quand’è stata l’ultima volta che è tornato a casa?
A luglio 2016. Sono passato da casa perché avevo una conferenza a Dublino e poi ho visitato lo stabilimento della Bayer. Dopodiché sono 'sceso' a Costanzana dove vivono i miei genitori, i miei nonni, tutta la mia famiglia.

Dalle sue parole si nota che, ormai, la sua vita è definitivamente da un’altra parte. Lei si sente più italiano o australiano?
Non sono né uno né l’altro. Non sarò mai un australiano, la loro cultura è troppo diversa, fredda, ma non mi manca l’Italia. Quando torno, vedo sempre che le cose sono bloccate, incontro facce tristi, non vedo cambiamenti, non vedo qualcosa che possa ispirarmi. Ovvio, mi manca la famiglia ma quella mi mancherebbe anche se dovessi vivere nella più vicina Francia.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata


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