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Vercelli

14-02-2018 09:38

La 'colpa' di essere italiano nero
Riflessioni dopo le frasi razziste a Kean sotto un articolo de La Sesia
 
M​​oise Kean in Nazionale sta diventando un caso... nazionale.

Anche se al netto di tutto si riduce a una storiaccia di poco conto, alimentata da chi, protetto da schermo e tastiera (le armature del terzo millennio) e da una connessione, non perde occasione per sputare veleno e generare odio. Venerdì scorso La Sesia ha pubblicato sul proprio sito la notizia che il giovane attaccante vercellese (perché nato a Vercelli) e italiano (perché cittadino italiano) potrebbe esordire nella nazionale guidata da Gigi Di Biagio. Apriti cielo: il colore della pelle di Kean (i genitori sono ivoriani) ha scatenato becere riflessioni e ironia dozzinale.

Sia ben chiaro, la politica e il contorno delle schermaglie elettorali le accantoniamo. Non ci interessa approfondire l’argomento delle cosiddette 'risorse boldriniane' o dell’immigrazione più o meno incontrollata, o dei nigeriani di Macerata, o dell’imbecille con la Glock calibro 9 in pugno. Sul portale de La Sesia è stato preso di mira un ragazzo italiano di nascita e di passaporto, che a marzo eserciterà il diritto al voto (diventerà maggiorenne quattro giorni prima della chiamata alle urne), che paga regolarmente le tasse, e che, ingaggio alla mano, forse è persino uno dei maggiori contribuenti di Vercelli.

Il multiculturalismo è una realtà acclarata ai quattro angoli del pianeta e chi ha dileggiato Moise vive in una sorta di cortocircuito razionale.
Non si nasce razzisti, lo si diventa. È una costruzione sociale che si trasmette di generazione in generazione. Fino a divenire un’abitudine, un riflesso inconscio. Il fatto che si ragioni ancora a compartimenti stagni, bianchi e neri, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, fa capire come l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora metabolizzata dalla società. Il calcio dovrebbe servire a spezzare quest’abitudine, questo pregiudizio, dato per scontato. Perché dopo la scuola, il campo è il luogo più importante dove si educano i figli.

E’ giusto che i dileggiatori sappiano che Moise ha trovato grazie allo sport degli amici, imparando a capire l’importanza di appartenere a un gruppo in modo sano. Grazie al calcio ha viaggiato e viaggerà, e ha capito cosa conta davvero nella vita: l’etica del lavoro, l’umiltà, la capacità di ascoltare e di imparare dagli altri. Se si vuole raggiungere un obiettivo bisogna imparare a relazionarsi con le altre persone, ed è proprio a quel punto che il colore della pelle non ha più alcun valore.

Un giorno la sprinter francese Myriam Soumare, campionessa europea dei 200 metri nel 2010, mi raccontò: "Sono nata a Parigi, ho donato tutta me stessa a questo Paese. Oggi scopro di non essere gradita a un francese su tre. La Mauritania, che è la terra dei miei genitori, mi accoglierebbe a braccia aperte. Ma io voglio continuare a correre per la Francia, perché appartengo a questa terra". Un’altra ragazza di colore, Caster Semenya, la fanciulla razzo dell’atletica leggera sudafricana, che intervistai il giorno del funerale di Mandela, mi ricordò per quali ragioni 'Madiba' nutrisse grandi attenzioni verso lo sport: "L’ha sempre inteso come veicolo di riscatto per il Sudafrica. Se fate caso si era appassionato agli sport di squadra: dal calcio al rugby, fino ad arrivare all’atletica. Le squadre lui le intende davvero come gruppo di persone, dove nasce e si espande una serena convivenza tra bianchi e neri".

Che dire?

Caro Moise, non te la prendere. E soprattutto perdonali, perché quando ti scrivono “che vergogna” o “che tristezza”, sanno quello che fanno.

Luigi Guelpa
2018 - Riproduzione Riservata


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