venerdì

, 15 dicembre 2017

ore 03:49

Vercelli

28-09-2017 14:20

Una vercellese a Brema: Marta Di Salvo
Ventottesima puntata della rubrica sui nostri concittadini che vivono all'estero
 
​Q​uando ci si interroga sul perché buona parte dei migliori giovani italiani preferiscano emigrare, basta leggere una storia come quella di Marta Di Salvo. Studentessa modello, dopo aver frequentato il liceo classico e ottenuto la laurea in Biotecnologie, si scontra con il mondo del lavoro italiano. Partecipa a diversi concorsi affini al suo percorso di studi, ma "i posti erano già assegnati. Sono sempre arrivata prima - racconta oggi su Skype da Brema -, però sono sempre stata anche la prima idonea non ammessa". Così dopo aver trovato lavoro in un’azienda informatica di Milano, vince una borsa di studio per approfondire la lingua tedesca. Arriva a Berlino, supera i corsi ma «l’azienda di Milano mi lascia a casa perché il mio contratto a progetto è finito». Però in Germania Marta scopre il suo futuro: vince una borsa di studio federale e si trasferisce a Brema. Qui ottiene un’altra borsa di studio per aprire una start-up perché, insieme a un suo collega, ha progettato una macchina a infrarossi che rivela la presenza dei melanomi. Il perfetto prototipo della mente di successo che deve emigrare da questo Paese perché questo Paese dà ancora spazio agli “amici degli amici” nei concorsi pubblici. E non solo nei concorsi pubblici.

Quando è arrivata in Germania?
Nel 2013. Prima ho frequentato il liceo classico di Vercelli, il “mitico” Lagrangia, poi ho conseguito la laurea in Biotecnologie all’università di Pavia e, infine, ho vinto una borsa di studio per approfondire il tedesco. L’azienda di Milano ha investito sulla mia capacità di apprendere e parlare le lingue straniere. Al tempo “lavoravo” in francese ma per le sue strategie di marketing e business era necessario che ne imparassi un’altra. Dopo aver concluso gli studi a Berlino, sono quindi arrivata a Brema grazie a un programma federale.

Qual è stato il primo impatto con una realtà che è totalmente differente rispetto a quella italiana?
Positivo. Mi sono subito trovata molto bene. Il mondo tedesco è completamente diverso ma questo per me è stato solamente un vantaggio. Attualmente c’è una grossa divisione fra i Bundesländer della Germania, non come fra le regioni italiane, ma si avverte. I tedeschi del nord non sono come quelli del sud. Si dice siano persone più fredde, ma sinceramente non ho trovato grandissime differenze con gente che vive a Milano o Torino. Anzi. Ho ricevuto più abbracci sinceri in Germania che in Italia. Qui la vita di tutti i giorni, però, è totalmente differente: non c’è bisogno di dimostrare nulla. Ai tedeschi non interessa come uno appare, l’importante è essere. Sono persone molto corrette e hanno una certa dose di integrità che mi piace parecchio. Sono molto più basilare, disinvolti, ma sono altrettanto seri.

Lavora ancora per la ditta di Milano?
No. Ho completato per loro la borsa di studio ma poi il mio contratto a progetto è finito. D’altronde, all’interno di quell’azienda, la mia figura di scienziata non era richiesta. Loro investivano su altri profili, essendo un’azienda informatica. Quindi, dopo essermi trasferita, ho iniziato a seguire l’Universität Bremen Imsass. Nel 2016 ho vinto la borsa di studio federale, che consente ai giovani di aprire una vera e propria azienda. È riservata agli scienziati che, dopo ricerche varie, hanno quindi la possibilità di entrare nel mercato con i prodotti che hanno sviluppato.

Di che cosa si occupa la sua start up?
Insieme a un mio collega ho messo a punto una macchina a infrarossi per la diagnosi del melanoma. La start up si avvierà ufficialmente nel 2018. La borsa di studio è il capitale da investire in materiali ma anche  in forza lavoro e nella realizzazione di un programma per la gestione di impresa.

Come è arrivata a progettare un simile macchinario?
E’ una ricerca a cui stavamo lavorando già da qualche tempo. Il mio collega realizzerà ex novo la macchina, dopo aver appurato che la tecnologia degli infrarossi è applicabile anche a livello chimico. Io mi sono occupata delle sperimentazioni su campioni di tessuto e, adesso, sto seguendo passo passo l’organizzazione: la realizzazione dell’organigramma, quanto personale occorrerà, quali sono i costi per l’internalizzazione dell’azienda... Purtroppo (sorride, ndr) non sono una manager come quelli che si siedono su una poltrona e fumano il sigaro (sorride di nuovo, ndr).

Quali sono le differenze fra il mercato del lavoro tedesco e quello italiano?
Per rispondere, faccio prima un passo indietro. Bisogna infatti evidenziare su cosa uno Stato investe e su cosa uno Stato intende avere dalle nuove generazioni. In Italia ho sempre trovato un’enorme difficoltà di movimento. D’altronde siamo ancorati ai pregiudizi, alla mancanza di possibilità. Non riusciamo mai a sfondare il muro di inattività che, volente o nolente, fa parte del sistema e impedisce alla gente di spiccare il volo. È asfissiante la realtà italiana. Il mondo del lavoro tedesco è, volendo, l’esatto opposto. È stabile, ad esempio: non esistono contratti a progetto che possono saltare da un momento all’altro. E ancora. Con i colleghi non ho ci sono grandi discussioni, c’è rispetto della persona e del tipo di ruolo che ricopre. Ed è un mercato del lavoro corretto, soprattutto. Come si sa, i tedeschi sono amanti delle regole: quindi c’è una certa rigidità ma, ripeto, c’è sempre grande “apertura” dal punto di vista delle relazione umane.

Lei vive a Brema. Una città che è stata completamente ricostruita dopo il bombardamento del 1944. Che tipo di città è diventata?
In realtà, una minima parte dei “vecchi” edifici è stata salvata. Ad esempio le bombe degli inglesi non sono arrivate nella zona dei pescatori vicino al fiume. Lì, ancora oggi, ci sono delle casette molto belle. I quartieri residenziali sono stati tutti ricostruiti con lo stile della “vecchia” Brema. Si respira ancora uno spirito anseatico, avendo fatto parte della Lega insieme fra le altre alla città di Amburgo. Rispetto ad altre città è quindi più “compatta”, più conservatrice. Io la trova una realtà deliziosa. Le persone hanno una certa “passione” di fondo che va a scontrarsi con una diffidenza iniziale. Ripeto: è gente molto cortese, molto rispettosa. Chiaramente non sono dei “caciaroni” come gli italiani, hanno un altro spirito di divertimento. Quando arriva, però, il momento del party-time allora potrebbero ballare tutta la notte.

Quand’è stata l’ultima volta che è tornata a Vercelli.
A dicembre, purtroppo, per Natale.

Come mai purtroppo?
Perché sarei voluta tornare ancora, ma non ci sono riuscita per motivi di lavoro.

Come l’ha trovata?
Ho visto dei negozi cambiati, ho notato alcuni spostamenti... Da una parte è molto bella, dà sempre la sensazione di casa, mi dà la certezza che il paesello rimarrà sempre lì e mi aspetterà. Dall’altra parte, invece, vien voglia di dire: “Diamoci una mossa”. Ci sono delle cose che amo e amerò sempre di Vercelli: il rito della colazione, ad esempio. Però altre...

Dovesse tornare indietro rifarebbe tutto quello che ha fatto?
In Germania sicuramente sì. La vita italiana è stata più che altro una serie di fortune e sfortune: più sfortune purtroppo. Tutte quasi mai dipese da me. Ad esempio. Avrò partecipato a due, tre concorsi in università e ospedali. Ma erano concorsi dove i posti erano già stati “assegnati”. Per due o tre volte sono infatti arrivata prima su quindici, venti persone... Ma sono sempre risultata anche la prima idonea non ammessa.

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata

Su La Sesia in edicola venerdì 29 settembre la storia di Andrea Rei che vive ad Amburgo e lavora per il colosso Caterpillar


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