sabato

, 18 novembre 2017

ore 07:33

Vercelli

08-11-2017 07:12

And the Oscar goes to... Bertolazzi
VERCELLESI NEL MONDO/31 - Dagli inizi in teatro fino al massimo riconoscimento del cinema
 
"N​​​​el paese di mio padre, Casanova Elvo, sono impazziti tutti. Hanno persino dato il mio nome a un caffè, mi aspettano a braccia aperte ma non riesco ancora ad andare. Sono cose bellissime. Sono ancora più belle se confrontate al silenzio di Vercelli. Una città che ho nominato e fatto conoscere in tutto il mondo, che ho sempre considerato il luogo da dove sono partito e che invece...".

Alessandro Bertolazzi non è un truccatore qualsiasi. E’ il premio Oscar per Suicide Squad, il film basato sulla banda dei super cattivi della Dc Comics. Insieme a David James Pinato, lo studioso inserito fra i primi 7 ricercatori del mondo, è la punta di diamante del progetto 'Vercellesi nel mondo'. Quel mondo che lo ha giustamente celebrato a differenza di una città, che non lo ha invitato neanche per una serata al circolo ricreativo. La lunga intervista parte dal teatro e arriva all’Academy, spazia dalle esperienze con Giuseppe Tornatore a personaggi come il Joker interpretato da Jared Leto proprio in Suicide Squad e arriva, inevitabilmente, a quel momento in cui "senti leggere: And the Oscar goes to... Un momento che hai atteso da sempre e che vola via troppo velocemente".

Da dove parte la carriera di un premio Oscar?
In modo molto strano, se vogliamo. Noi di Vercelli, noi della provincia, fin da piccoli, andiamo al cinema perché ci piace e siamo affascinati da quel mondo. Poi, quando ci fermiamo un attimo, pensiamo: Lavorare nel cinema è un sogno, è qualcosa di troppo inimmaginabile. Poi, per fortuna, c’è il teatro. Il teatro è più vicino, è più plausibile come progetto di lavoro. Ho iniziato facendo maschere, poi con la mia famiglia mi sono trasferito a Reggio Emilia e ho cominciato a collaborare con il teatro principale della città. Sono entrato in un mondo dove mi sono adattato come un tassello in un puzzle. Il cinema è arrivato per caso. E’ andata bene. Ho lavorato con Giuseppe Tornatore, Pupi Avati, Dario Argento, ma il cinema italiano, fin da subito, mi è sembrato stretto. Ho capito che all’estero c’erano più possibilità. C’era meno clientelismo.

Quali differenze ci sono fra il nostro Paese e il mondo anglosassone nella settima arte?
Che cosa si dice in italia? Lavoro nel cinema. Ti sembra infatti dia l’idea di chissà che cosa. All’estero invece ti chiedono: Da quando tempo sei nell’industria? Perché all’estero il cinema è un’industria, che ha una notevole rilevanza su molti aspetti, compresi quelli del prodotto interno lordo. E’ straordinario quanto incrementi l’economia, davvero. Basti pensare che, molte volte, registi come Ridley Scott (il genio di Alien o del Gladiatore, ndr) sono andati a girare a Praga o in Romania perché non c’erano posti disponibili in Inghilterra oppure negli Usa. Ripeto: all’estero il cinema è un’industria vera e propria. Sei osannato, hai tutto in un modo imbarazzante. Allo stesso tempo se sbagli, gli altri iniziano a sorridere dei tuoi errori e tu, poco alla volta, diventi invisibile. Tutto questo accade in ogni ruolo: dal regista, agli attori fino a noi.

Che cosa l’ha colpita soprattutto di questo mondo?
La libertà mentale, quasi psicologica se vogliamo, e appunto quella economica di poter fare ciò che vuoi. Un esempio? Quando sono arrivato alla Warner Bros per ideare la figura del Joker, mi hanno detto: Facci vedere il tuo Joker. Pensate: io non sono un appassionato di fumetti, sapevo che questo personaggio ha i capelli verdi... Ma il concetto è chiaro: Tu sei il designer, quindi lo disegni tu. Il joker è pazzo, è un po’ poeta ma è maledetto, cattivo, violento, brutale. E poi è morto, è un cadavere. E’ talmente pazzo che, credo, non si è reso conto di essere morto.

Quanto tempo occorreva per truccare Leto?
Due ore, due ore e trenta. Abbiamo lavorato molto sulla faccia. Nelle immagini si vede che la pelle è 'sporca', è 'malata'. Ma quella pelle ha anche vari strati: c’è questo pallore molto trasparente che risalta, ma sotto è viola, è blu. Ci sono vene che vengono fuori, poi è tutto sporcato un’altra volta.

Che differenze ci sono, se ci sono, fra il trucco di un film o quello di una serie tv come Sense8 per la quale ha lavorato?
Sense8 è un mondo a parte. Prima, chi faceva le serie tv, era considerato minore. Ma era ed è un errore incredibile. Ultimamente ci sono più soldi per le serie, più attenzione nei loro confronti rispetto a certi film. Sense8, dicevo, è poi un mondo a parte. Basti pensare che è costata un visibilio. C’era una produzione aperta, era completa come per un film vero...

Come si arriva a vincere un Oscar?
E’ un processo lunghissimo. Ora faccio parte dell’Academy, ci sono dentro, devo dire che c’è una serietà straordinaria. Questo premio ha resistito nel tempo, è sempre stato così importante e prestigioso perché c’è una limpidezza incredibile nel processo di assegnazione. Nessuno sa niente fino all’ultimo, fino alle nomination. Tu, chiaramente, puoi promuovere il tuo film, farlo vedere cento milioni di volte, aumentando la visibilità il più possibile, ma... Ma non basterà mai. Ci sono riunioni, incontri, richieste di un libro dove descrivi che eri tu che lavoravi: che ero io, ad esempio, a fare questo trucco piuttosto che quell’altro. Poi, finalmente, entri nelle fatidiche nominations. Si comincia, allora, con dei simposi, ci sono le interviste, gli incontri. E’ una cosa estenuante.

Come ha scoperto di essere 'nominato'?
Ero a Los Angeles perché impegnato in un altro lavoro: mi avevano chiesto, infatti, di collaborare a un altro film con Will Smith. Poco fa parlavo della limpidezza del processo Accademy. Ecco. Le nominations avvengono in diretta televisiva: per permettere la massima visibilità anche nella costa Est degli Usa e in Europa, la cerimonia avviene alle cinque del mattino di Los Angeles. Quella sera, ricordo, avevo finito di lavorare molto tardi, saranno state le tre di notte. Mi avevano chiesto: Rimani sveglio per guardarle? No, avevo detto loro. Ho spento il telefono e sono andato a dormire. Ovviamente sono andato a letto un po’ elettrizzato. Poi verso le 6,30, mi sono svegliato, ma non sapevo cosa fare. Pensavo: Se mi alzo, accendo il telefono, finisce il mio sogno. Se rimangono qui, sotto le coperte, sto invece ancora vivendo quel sogno. E volevo godermi quel momento il più possibile. Poi, alla fine, mi sono svegliato. Io uso gli occhiali da vista, ma in quei momenti non riuscivo a trovarli. Ho acceso il telefono e ho visto qualcosa di molto simile alle faccine che, per esempio, si usano su WhatsApp. E’ stata una sensazione bellissima, è stato tutto 'violento', emozionante. Ho scoperto così, al trentacinquesimo piano di un palazzo di Los Angeles, di essere entrato nelle sette nominations. Il giorno, sul set, lo abbiamo passato a festeggiare perché la nomination è già tantissimo.

Poi, però, arriva la magica notte della consegna delle statuette...
Vai in fibrillazione dalla mattina. E’ una cosa strana, pensarci adesso è come partire per qualcosa che non sai cos’è. Non puoi andare con la tua macchina, viene un autista perché ti accompagna fino all’ingresso siccome la zona è chiusa già centinaia di metri prima e, sette giorni prima della notte degli Oscar, vengono svuotati tutti i parcheggi. Pensate che delirio. Ti prepari, ti vesti, ti trovi come se dovessi andare sul patibolo. Poi sali in macchina, ti siedi, sei teso... Ecco. E’ stato nel momento in cui sono arrivato fuori dal Dolby Theatre che ho pensato al discorso sugli emigranti. C’erano persone provenienti da tutto il mondo, persone con la pelle gialla, la pelle nera, persone con i baffi o senza barba. Era la celebrazione di un sogno. Siamo tutti emigrati. Poi si scende dalla macchina, c’è il tappeto rosso, tutto intorno è bellissimo. Ho pensato: E adesso cosa succede? Se dicono il mio nome, muoio. Oppure mi accascio oppure non riesco a camminare...

Prima o poi, però, bisogna arrivare al fatidico momento.
Già. Arrivano quelli con 'la busta'. E’ il momento. Mi avete fatto sognare cinquant’anni questo momento, il momento in cui si sente 'And the Oscar goes to...' ma tutto stava correndo troppo velocemente. Volevo urlare: Fermi, aspetti un attimino, ma cos’è questa fretta?

And the oscar goes to Alessandro Bertolazzi.
E’ una cosa che non metabolizzi, non lo faccio neanche adesso che la sto raccontando. Prima della serata di consegna, c’è il pranzo dei nominati dove vengono spiegate le regole di comportamento. Ti fanno vedere cosa devi fare e quanto hai a disposizione. Ci sono tempi ben precisi, che devi rispettare. Ricordo che, quando parlavo, avevo davanti a me persone che facevano segni, persone che poi ti vengono a prendere e ti portano via. Io vengo da Vercelli, ma che ne so di tutta questa procedura... Una volta dietro al palco, mi hanno detto: Girati guarda queste fotografie. C’erano Marlon Brando, Jack Nicholson con la statuetta... Mi hanno detto: guarda loro, guarda te. Ho pensato: O madonnina, madonnina. Si sono sbagliati.

Oggi è Halloween. Un recente sondaggio ha fatto emergere che il travestimento più utilizzato, fra le ragazze, sarà quello di Harley Quinn. Come si spiega questo successo sconfinato?
Perché Harley è un po’ come una canzone orecchiabile, tutti la possono canticchiare, tutti la possono rifare. Non è quel travestimento che richiede ore ed ore di lavoro. Harley era così: pelle macchiata, sciupata. Certo, poi fare il trucco nei film è cosa molto diversa e più complicata. Mi piace pensare che sia un po’ come fare la maionese: tutti la sanno fare, mischiando uova e olio, perché è semplice. Ma non è così semplice farla bene.

Lei è stato celebrato in tutto il mondo, ma non a Vercelli. Come si è sentito?
Forse ignorato. Non capisco. Sarei più contento se ce l’avessero con me, perché magari non gli sto simpatico. Ma questa cosa è stupida, non ha senso. Anche perché ovunque sono stato, mi chiedevano: Di dove sei? Italiano, rispondevo. E poi. Italia dove? Vercelli. La prossima volta dirò Firenze, dove mi hanno addirittura dato le chiavi della città ma io ho abitato solo qualche anno. E Vercelli? No, lasciamo perdere magari sembro presuntuoso.

Trascurare un premio Oscar non è da tutti in effetti.
Non è un problema di trascurare me piuttosto che qualcun altro. L’Oscar non lo vinci, non è come un trofeo. Com’è la celebre frase? And the Oscar goes to... E cosa vuol dire? E l’Oscar va a... Perché l’Oscar è condivisione, perché per vari motivi diventi il rappresentante massimo della tua categoria. E’ una celebrazione del tuo lavoro, del lavoro di tutti quanti. E’ una cosa collettiva, che va quindi condivisa il più possibile. Colleghi che dicevano “Io non vado in quel posto a ritirare quel premio” ed io che dicevo “No devi farlo, perché il cinema è felicità e così fai felici tante persone”. Sono andato in un paesino piccolissimo, molto carino, com’erano contenti. Non l’ho fatto perché avevo bisogno di andare a quella serata per fare due foto ma perché quelle persone erano contente. Ecco dove nasce la condivisione.

A Vercelli non le hanno permesso questa condivisione...
E’ vero. Pazienza.

Progetti per il futuro?
Sto lavorando a una produzione Disney legata a Winnie the pooh con Ewan McGregor. Di più non posso dire...

Matteo Gardelli
2017 - Riproduzione Riservata


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